Notiziario UICI Firenze – Giorno della memoria: oltre i cancelli di Auschwitz, ricordare le prime vittime

Care socie e cari soci,
quest’anno, in questo giorno, in qualità di referente del comitato pari opportunità e in accordo con la Presidenza della sezione di Firenze dell’Unione, vorrei condividere con voi una riflessione e anche due storie riguardanti in maniera stretta la condizione delle persone con disabilità durante uno dei periodi più bui della nostra storia.
In occasione del Giorno della Memoria, il nostro pensiero corre giustamente ai cancelli di Auschwitz. Tuttavia, come comunità che vive quotidianamente la realtà della disabilità, abbiamo il dovere morale di ricordare una verità storica spesso lasciata in ombra: lo sterminio nazista non iniziò nei campi di concentramento, ma nelle corsie degli ospedali.
Le persone con disabilità non furono “vittime collaterali”. Furono il banco di prova.
Attraverso il programma Aktion T4, migliaia di persone con disabilità fisiche, psichiche e sensoriali furono le prime a essere private della qualifica di “essere umano”. Furono definite Lebensunwertes Leben: vite indegne di essere vissute.
Dobbiamo ricordare che:
–  La propaganda ci rese un bersaglio: prima dei rastrellamenti, ci fu la deumanizzazione burocratica. Si calcolava il “costo” di un disabile per lo Stato, contrapponendolo al benessere delle famiglie “sane”.
 – Il tradimento della scienza: non furono i soldati a iniziare i massacri, ma i medici. Psichiatri e pediatri trasformarono la cura in selezione, firmando i moduli di trasferimento verso i centri di eutanasia.
 – Il legame tecnico con la Shoah: le tecniche di sterminio, come l’uso del gas, furono sperimentate e perfezionate proprio sui disabili, prima di essere esportate nei campi di sterminio in Polonia.
Perché parlarne oggi fra noi soci dell’Unione?
Perché l’orrore non nasce mai dal nulla. Nasce quando si inizia a misurare il valore di una vita in base alla sua produttività o alla sua perfezione fisica. Ricordare oggi significa ribadire un principio che per noi è vitale: il valore di una vita umana è assoluto e indiscutibile.
Onorare la memoria di chi ci ha preceduto significa vigilare affinché nessuna persona venga mai più considerata un “peso” per la società, ma una risorsa di dignità e diritti.
In questa giornata, restiamo uniti nel ricordo e nella difesa della nostra comune umanità raccontandovi la storia del Vescovo che sfidò il T4.
Tra le poche voci che si levarono contro questo scempio ci fu quella di Clemens August von Galen, Vescovo di Münster. Era chiamato “Il Leone di Münster” per la sua fermezza. Nell’estate del 1941, durante le sue prediche, denunciò apertamente l’uccisione dei disabili, definendo “un crimine contro l’umanità” l’idea che si potessero eliminare esseri umani perché “non più produttivi”. Utilizzava un’argomentazione molto efficace: “Se si ammette il principio che si possono uccidere i ‘produttori improduttivi’, allora siamo tutti in pericolo, perché diventeremo tutti vecchi, malati e improduttivi.”
Le sue parole ebbero una tale eco tra la popolazione che il regime nazista fu costretto a sospendere ufficialmente (anche se poi proseguì in segreto) il programma Aktion T4. La sua figura ci ricorda che la parola e la denuncia sono le prime armi contro l’indifferenza.
Vi raccontiamo anche di Otto Weidt: Il “Giusto” che protesse i ciechi di Berlino. Nel cuore di Berlino, durante gli anni più bui della persecuzione nazista, un piccolo imprenditore di nome Otto Weidt compì un’impresa straordinaria. Weidt, lui stesso ipovedente a causa di una malattia degenerativa, gestiva un’officina di spazzole e scope (la Blindenwerkstatt Otto Weidt).
La sua fabbrica divenne un rifugio unico nel suo genere: Weidt decise di impiegare quasi esclusivamente persone cieche, ipovedenti e sorde, la maggior parte delle quali di origine ebrea.
Il suo eroismo si manifestò in gesti concreti e rischiosi:
 – La Resistenza Burocratica: Riuscì a classificare la sua produzione come “essenziale per l’esercito”, convincendo la Gestapo che le abilità manuali dei suoi operai non vedenti fossero insostituibili per le forniture belliche.
 – La Protezione dei Dipendenti: Quando iniziarono i rastrellamenti, Weidt corruppe ufficiali nazisti con i prodotti della sua fabbrica e con regali costosi per evitare la deportazione dei suoi lavoratori.
 –  Il Nascondiglio: Per chi era più in pericolo, allestì un rifugio segreto dietro un armadio in fondo all’officina, dove intere famiglie trovarono protezione.
   Il Viaggio ad Auschwitz: Quando una delle sue dipendenti, Alice Licht, fu deportata, Weidt non esitò a recarsi fino in Polonia, vicino ad Auschwitz, per organizzarne la fuga e sostenerla con cibo e vestiti.
Oggi la sua officina è diventata un museo della memoria. La storia di Otto Weidt ci ricorda che, anche nel buio più profondo, la solidarietà tra persone con disabilità e il riconoscimento della dignità del lavoro possono diventare potenti strumenti di salvezza e opposizione al male.
Cecilia Bernardi
 
 
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